Contenuti per adulti
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Mi sveglio distesa:
Cinghie, legno e il mio respiro,
il petto si solleva e si abbassa, piano e poi veloce.
Sono legata, la corda è cosi stretta,
qualcosa lassù, descrive un arco costante, freddo, riflettente, paziente.
L'orologio misura il silenzio in oscillazioni uguali,
come un dito che tamburella sul bordo di un bicchiere.
Ma ho la mano destra libera,
ho una ferita, sanguina.
Striscio con la mano, col sangue rimasto sulle dita, la passo sulla corda.
I roditori arrivano,
senza gratitudine, sfiorano la mia pelle, si litigano il sangue e la corda e intanto, smussano il nodo.
Il metallo accarezza prima la seta del vestito, poi la pelle, come un graffio che scrive una riga di calore.
Stringo i denti,
non per dire qualcosa, ma per togliere
lavoro alla gola.
Quando il laccio cede,
le pareti cambiano tono:
da grigio a rosso,
da fermo a movimento.
Si fanno oblique,
convesse; l’aria profuma di fuliggine
e di acqua vecchia.
Vi è il sentore del respiro, di antichi prigionieri.
Avanzo di un passo,
il pavimento finisce:
Sotto c’è un'apertura,
un rettangolo d’ombra che sa di pietra
mai toccata dal sole.
Indietreggio; i tacchi perdono equilibrio,
capisco tardi che la stanza non voleva
spaventarmi, ma voleva centrarmi.
È stato quasi necessario.
Il punto d’incontro di tutte le spinte,
era sempre quel vuoto davanti ai piedi.
Un suono di metallo lontano:
Il suono di un pendolo
e le pareti si fermano.
Qualcuno apre, mi prende per il vestito,
fuori il giorno è solo un azzurro piatto,
non taglia, non oscilla, non stringe,
non c’è niente,
le braccia non ricordano il peso.
Il metronomo lassù, però, continua ad emettere il suo suono,
non sa che sono uscita, non sa ancora, che non scriverà il mio nome, sulle pareti oblique.